PRESENTATION

I am devoted to help my former students but also any other person interested in approaching (listening, understanding and re-writing, in their own language) the original Hebrew-Aramaic-Greek texts of the Bible, by aligning to (all and) single verses, translations or variable equivalences from the most authoritative Versions in several ancient and modern languages (for instance, the Greek of LXX, the Latin of Vulgate, but also the modern Hebrew and the modern Greek, the English of KJV, the French of FBJ, the Italian of CEI...). All translation become secondaries.

Alberione biblista - Come un “santo” legge e vive la Bibbia e la dà


Per quanto trovo devoto, molto pio e mitico questo titolo, cercherò di rispondere in base alla mia personale esperienza e quel che condivido con il lettore è solo il frutto di una ricerca condotta scientificamente.

Alberione legge la Bibbia non da fariseo - e tale era Saulo -  né da dottore in Sacra Scrittura, ma da cristiano, fondatore di una Famiglia intitolata a san Paolo apostolo, quindi da paolino; come “Primo Maestro”, Signor Teologo; da Sacerdote della chiesa prima albese e poi come parroco del mondo. Alberione si avvicina alla Bibbia anche da editore o “giornalista” (così Timoteo Giaccardo) e tipografo, ma anche libraio - non temendo di utilizzare ogni mezzo moderno a disposizione per proclamare il vangelo a tutti.

Non teme di creare una “società” dedita alla produzione tecnica e diffusione della Bibbia, com’è la SOBICAIN.

Tutto l’apostolato è biblico. “Nell’apostolato edizioni, proprio dell’Istituto nostro [Società San Paolo], il libro che dobbiamo particolarmente diffondere è la Bibbia: più di tutti e prima di tutti, e sempre. Ora, per una più larga e organizzata propaganda, si è promossa la Società Biblica Cattolica Internazionale.” [Introduzione allo Statuto della SBCI] 1960 aprile UPS 3 (1962) p. 12.

Dal 27 aprile 2003, Alberione è stato riconosciuto “beato” e quindi un modello di santità per tutta la Chiesa cattolica romana a cui è filialmente appartenuto. Come Alberione ha insegnato a leggere, meditare, proclamare, praticare il vangelo può giovare a tutti, anche fuori della Famiglia Paolina.

Forse l’eredità più originale di Alberione riguardo alla Bibbia è una sua ermeneutica paolina, utilizzando i mezzi “più celeri ed efficaci” della comunicazione per la sua diffusione in tutto il mondo di oggi. Tale approccio consiste nel mettere Paolo (e il vangelo di Cristo) al primo posto; al secondo il corpus paulinum, (le 13/14 lettere e gli Atti degli Apostoli) e al terzo i destinatari: le comunità e gli individui ovunque dispersi.

Tuttavia Alberione non affronta esplicitamente, né sembra seguire quindi Paolo, nel relativizzare il testo, antiquato delle Scritture a favore di una interpretazione spirituale - liberante (cfr. Rm 2,29; 7,6; 2Cor 3,3.6).

Alberione mette in stretta relazione Bibbia, Liturgia, Magistero e vita sociale, pubblica proponendo una predicazione scritta e orale e affidando questa missione a una “Famiglia” composta di uomini e donne.

Per essere efficace come soggetto unico di apostolato, la Famiglia deve compattarsi e camminare, come unico soggetto apostolico, su 4 ruote (spiritualità - studio - apostolato - povertà) seguendo l’unica Via, da discepola e serva della Verità, partecipe quotidianamente del Pane di Vita, e del calice della salvezza - e della stessa Parola di vita nuova.

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Bosco, Alberione e Bibbia

In questo approccio complesso Alberione ha avuto dei maestri; uno è don Bosco, sia per l’attenzione da prestare alla scrittura che alla stampa.

Nel 1847 don Bosco pubblicò una Storia sacra per uso delle scuole utile ad ogni stato di persone con la collaborazione dei “tipografi-editori Speirani e Ferrero vicino alla chiesa di S. Rocco” in Torino. Nella prefazione scriveva di preoccuparsi di “Storie” preesistenti, che erano “troppo voluminose o troppo brevi” quindi poco accessibili e anche perché “omettono quasi interamente la cronologia”. Don Bosco dice invece di volersi fare capire dai giovani e perciò vuol partire dall’esperienza. Allo scopo, continua, “narrai ad un numero di giovani di ogni grado tutti ad uno ad uno i fatti della Sacra Bibbia, notando minutamente quale impressione faceva in loro il racconto e quale effetto produceva di poi. Questo mi servì di norma per ommetterne alcuni, accennarne appena alcuni altri, ed esporne altri colle relative circostanze.”  In questo linguaggio sembra di sentire parlare Alberione del can. Chiesa - che insegnava a scrivere all’inizio di ogni predica o di ogni articolo: “a chi vuoi rivolgerti?” e che cosa vuoi dire e dare con questa predica o articolo? “che cosa voglio dire di vantaggioso, di utile”? “quali necessità hanno i miei lettori”
(un testo di Alberione sui periodici paolini del mese di maggio o giugno 1961, SdC (1962) p. 357s).

Nel 1857 don Bosco pubblica, dopo quella di san Pietro, anche una Vita di s. Paolo apostolo dottore delle genti. Annota come Paolo sia “quell'Apostolo che fu da Dio in maniera straordinaria chiamato a portare la Luce del Vangelo ai Gentili”. Se poi “è vero che questo apostolo non è da annoverarsi nella serie dei papi”, come Pietro, il principe, il gran gerarca, “le fatiche straordinarie da lui sostenute per aiutare s. Pietro a propagare il Vangelo, lo zelo, la carità, la dottrina lasciataci ne' sacri libri, ce lo fanno parer degno di essere posto a lato della vita del primo Papa, come forte colonna su cui si appoggia la Chiesa di Gesù Cristo.”

Per don Bosco è chiaro che Pietro, capo della chiesa, è più importante di Paolo e Paolo è un collaboratore di Cefa.

Alberione pur sottomettendo in tutto la Famiglia Paolina al successore di Pietro, riconosce come apostolo moderno il ruolo di Paolo.

Anche su Maria, Alberione impara qualcosa di importante da don Bosco.

Il quadro della Regina degli Apostoli(con Pietro e Paolo presenti nel cenacolo dove Maria è una regina) somiglia a quello dell’Ausiliatrice, un’opera di Tommaso Andrea Lorenzone (1824-1902) commissionata da don Bosco sulla base di Atti 1,14, per la Chiesa di Maria Ausiliatrice a Torino. Questa chiesa (cfr. UCBS, 1923; San Paolo n. 8 del 25 agosto 1923) Alberione la cita almeno in relazione ad un “viaggio in treno fino a Torino il giorno di Maria Ausiliatrice nel 1918... e si visitarono le principali opere sacre e profane dell’augusta metropoli”.

    

I due quadri sono molto simili: a) Maria è incoronata regina; b) è al di sopra degli apostoli; c) tra gli apostoli in primo piano - nel cenacolo, ci sono Pietro e Paolo. Paolo è cioè inserito nel collegio dei Dodici - al quale storicamente non ha mai appartenuto.

Ancora nel 1952 Alberione ricorderà don Bosco a proposito della Bibbia che “è la via che deve tenere l’apostolo delle edizioni”. Questi deve “imitare Dio Editore: Egli - Dio - è pure il Maestro del bello scrivere”.
La Scrittura è “il modello per ogni apostolato delle Edizioni”, almeno per tre motivi:
1) l’universalità. L’Edizione più è diretta a tutta l’umanità, tanto più sarà efficace e vantaggiosa.
2) La semplicità della forma.
3) il carattere permanente dello scritto.

A questo punto Alberione cita don Bosco che “diceva di non esitare a chiamare divino il mezzo della buona stampa, con cui si mantiene viva la fede nel popolo e si diffondono le verità contenute nei libri santi” [p 81]
([La sacra Scrittura via, verità e vita per l’apostolato delle edizioni] 15 marzo 1952 in RSp (1952) p. 80 - 81).

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Testi e contesti di Alberione

Spiritualità biblica

Alberione esprime la propria paolinità come approccio fondamentale alla Bibbia.

Per le raccolte di suoi scritti e prediche, usa versetti del corpus paulinum come, per esempio: “mihi vivere Christus” (cfr. “Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno” in Fil 1,21); “donec formetur Christus in vobis” (cfr. “figli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché Cristo non sia formato in voi!” (Gal 4,19); Ut perfectus sit homo Dei (cfr. “perché l'uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona” in 2Tim 3,17); Haec Meditare (cfr. “Abbi cura di queste cose, dèdicati ad esse interamente, perché tutti vedano il tuo progresso.” in 1Tim 4,15); Abundantes divitiae gratiae suae (cfr. “per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia mediante la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù” in Ef 2,7).

Un suo motto è anche quello di Pio X: Omnia instaurare in Christo (Pio X) (cfr. “per il governo della pienezza dei tempi: ricondurre al Cristo, unico capo, tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra.” in Ef 1,10).

Se volete avere una “mente alta e altissima”, dirà alle Figlie nel 1952, “fate la lettura preferibilmente sul Vangelo, sulle Lettere di san Paolo, sulle Lettere degli Apostoli, e in generale sulla Bibbia”. Poi aggiungeva, per incoraggiarle all’apostolato: “Chi legge la Bibbia ne sa sempre un bel pezzo in più dei Dottori stessi della Chiesa.”
([Meditazione alle Figlie di San Paolo in New York] 1952? EMC (1952) p. 250).

Infatti “la spiritualità è tutta nel Vangelo e nelle Lettere di San Paolo. Avere il Vangelo è avere tutte le spiritualità.” ([Grottaferrata: Convegno delle Superiore] 28 agosto 1961, in Apf 1981 p. 35 - 36).

Quando, invece, “in una biblioteca” paolina “ci fossero anche mille volumi” ma “mancasse la Bibbia, mancherebbe tutto; come manca tutto all’uomo che non ha Dio.”
([La Sacra Scrittura] 14 marzo 1952 in RSp (1952) p. 79).

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Leggete le Scritture

La spiritualità paolina è basata sulla lettura della Bibbia, in ogni tempo e in ogni luogo.

L'opera Leggete le Sacre Scritture (del 1933) intitolata così a partire da Giovanni 5,39, ha una struttura e divisione della materia in base al “metodo” trinomico “Verità-Via-Vita”.
I tre punti di ogni istruzione furono raccolti e distribuiti nelle tre parti del libro:
I. La Bibbia in relazione alla fede (Verità);
II. La Bibbia in relazione alla morale (Via);
III. La Bibbia in relazione al culto (Vita).

Leggere le Scritture è essenziale alla vita religiosa (liturgico-sacramentale) e allo studio della Teologia, già a partire dalla spiritualità benedettina dell’ora (et lege) et labora.
Alberione l’ha assimilata anche se la supera con l’esempio diretto di Paolo.

“Chi legge il Libro divino [Bibbia] prende il linguaggio divino, parla il linguaggio divino, acquista l’efficacia divina”. Molte prediche, aggiunge, e molti libri, molte esortazioni avrebbero assai più efficacia, “se invece dell’uomo parlasse Iddio.”
(15 gennaio 1935, in Unione Cooperatori Apostolato Stampa n. 1 p. 3).

Se la pietà ha un profondo collegamento col sapere, è necessario “amare una pietà derivata dalla Teologia” come anche “amare una Teologia che genera la pietà”. Con praticità e forse pensando alla lectio divina, Alberione suggerisce “nella prima parte della Visita, letture della Bibbia: specialmente Vangelo e Lettere di san Paolo”
(Esortazioni ai capitolari del Primo Capitolo Società San Paolo riguardo allo studio - maggio 1957, in Carissimi in San Paolo (1971) p. 168).

Ancora nel 1960, Alberione pensa al cristiano già in quanto uomo, come a un breviario vivente: infatti “in se stesso l’uomo prova e riproduce la storia biblica.”
(in UPS 2 (1962) p. 152).

E se la “Liturgia è il libro dello Spirito Santo”, “il creato è il libro del Padre” e “la Sacra Scrittura è il libro del Figlio.” ([Apostolato liturgico] 1947 giugno IA 1 (1947) p. 110).  

Tutta la Bibbia è cristiana.

Alberione è un cristocentrico, sia nella proposta della Bibbia che dell’apostolato, come ricapitolazione di cielo e terra in Cristo.
Anche per questo è antropologico.

Scrive nel 1952: “la Sacra Scrittura è il grande Libro dell’umanità: l’autore principale è Dio: gli agiografi sono autori secondari, come nella Messa in cui vi è il Ministro principale, Gesù Cristo, e il ministro secondario che presta, per così dire, a Lui la sua lingua e le sue mani.”
Per cui, “quando leggiamo la Scrittura, non dobbiamo farlo con spirito di critica, ma con semplicità. Come il figlio che legge la lettera del padre senza farne l’analisi grammaticale; come si mangia a tavola il pane, senza farne l’analisi chimica: questa si fa nei laboratori.”
([La Sacra Scrittura ] 11 marzo 1952, in RSp (1952) p. 70-71).

La lettura della Bibbia genera e alimenta in vita i figli di Dio su tutta la terra.

Nel 1960 spiega i motivi per cui “il Paolino” deve “venerare e leggere la Bibbia, oltre i motivi che valgono per tutti:
1) la Bibbia contiene il messaggio della salvezza che noi dobbiamo dare alle anime, cioè: la verità, l’insegnamento morale ed il culto: esso è quindi il libro più pastorale.
2) La Bibbia è il libro modello al quale deve conformarsi lo scrittore apostolo. Dio ha creato l’uomo e sa bene come il cuore dell’uomo sia fatto, e perciò la sua parola corrisponde alle necessità intime del cuore umano; così come una madre che prepara l’abito per il suo bambino, lo confeziona secondo la statura.
3) Oggi, più che nel passato, valgono le associazioni internazionali per ogni iniziativa; tanto più per la Chiesa che è cattolica ed ha raggiunto i confini della terra.
La Società San Paolo, avendo una missione internazionale, dovrà portare la Bibbia, parola di Dio, ovunque giungerà. Quando il Paolino potrà dire questo: è parola rivelata, il suo insegnamento ha il massimo valore.
([La Bibbia] aprile 1960, UPS 3 (1962) p. 10).

Leggere la Bibbia è inoltre un percorso quotidiano e attento di conversione personale, soggettiva, cioè della propria mente, volontà e cuore; è una “mutare radicalmente” il proprio modo di pensare, di vivere e di morire: è il “capovolgimento meraviglioso, voluto e compiuto da Gesù Cristo.”
Ciò risulta in particolar modo “dalle Beatitudini.”
([Chiusura dell’anno di particolare santificazione] ottobre/novembre 1963, in Carissimi in San Paolo (1971) p. 1396).

Ma già nel 1933 Alberione riteneva le “massime” delle "beatitudini" - che “non occupano più di mezza paginetta del Vangelo di san Matteo” il cuore stesso di tutta la Scrittura: “tutta la Bibbia” infatti “si può dire un commento, una raccomandazione continua delle beatitudini.”
([UCAS - La Sacra Scrittura] 1933, in SPa (1962) p. 281).

Nello stesso anno (1933) suggeriva come “l’esercizio della vita” consista proprio nel “togliere ad una ad una le massime terrene” per “mettere, scrivere, scolpire versetto per versetto nel nostro cervello la Sacra Scrittura”. E spiegava: invece di dire: beati i ricchi, diciamo: beati i poveri. Invece di: beati quei che godono, dire: beati quei che soffrono, beati i mondi. Proviamo a togliere dalla nostra testa una massima mondana e mettervi la contraria massima, “il contrario versetto del Vangelo” - che resta sempre un segno di contraddizione come il Maestro.
“Facciamolo versetto per versetto, principio per principio. Factus est Deus homo ut homo fieret Deus; diventiamo dunque dèi nella mente.”
([Ritiro - Amor di Dio] 1933, in RM (1934) 71 - 72).

La lettura della Bibbia divinizza l’uomo in quanto lo rende cristiano e figlio del Padre.
Un’altra sintesi importante, infatti, soprattutto per la predicazione al mondo intero è quella di Paolo.
Nel 1936 Alberione ricorda come “la dottrina di san Paolo” possa “compendiarsi” in tre punti:
a) Gesù, crocifisso, è il Salvatore del mondo;
b) ci ha redenti infatti col Sangue suo;
c) tutti i fedeli formano con Lui un solo Corpo Mistico, la chiesa.
“Egli predica Gesù e Gesù Crocifisso come centro e base della sua ferrea dottrina fatta di amore forte, robusto.”
([Brevi lezioni sulla Sacra Bibbia] (ottobre 1936, in SE p. 200).

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Chiesa e Bibbia

Maestra della lettura della Bibbia è solo la chiesa romana - e l'unico maestro ispirato è il papa. 

Già nel 1933, Alberione sosteneva che la Bibbia è il libro della chiesa. 

“È prescritto - infatti - che nel mezzo dell’aula ove sono adunati i vescovi a Concilio, per definire qualche verità, sia posta la Sacra Scrittura. E questo per indicare che la Bibbia è la prima e principale fonte di verità.”
(
UCAS 1933 - La Sacra Scrittura, in SPa (1962) p. 278).

Tuttavia per l’apostolato paolino la Bibbia non sempre è al primo posto - ma viene dopo altri contenuti del magistero, a carattere più pastorale o dogmatico - o di diritto canonico.

Infatti se nel 1951 Alberione precisa che l’apostolato paolino consiste nella “redazione, tecnica, diffusione” aggiunge subito un ordine di precedenza: “della dottrina dogmatica, morale e liturgica di Gesù Cristo e della Chiesa” e che questo avvenga “per mezzo della stampa, o del cinema, o della radio, o della televisione, eccetera.”
([Camminare nella nostra via] febbraio 1951, in Carissimi in San Paolo (1971) p. 808). 

Non sono i mezzi che innovano un approccio approfondito alla Bibbia - che può essere anche meno devoto, ma anche molto meno commerciale - senza assolutamente voler "mercanteggiare la Parola di Dio" (cfr. "Noi non siamo infatti come quei molti che fanno mercato della parola di Dio, ma con sincerità e come mossi da Dio, sotto il suo sguardo, noi parliamo in Cristo" in 2Cor 2,17).

L’originalità dell’Alberione non è certo protestante: di considerare cioè la Bibbia al di sopra della gerarchica (non necessariamente della chiesa, ma piuttosto a suo fondamento come assemblea della Parola, riunita per leggere e ascoltare tutti insieme).
E tuttavia, “quale errore” è per un paolino “abbandonare la lettura della Bibbia”, specialmente “la lettura del Vangelo, per dare la preferenza ad altri libri!”
(1952, Pr CB 283).

Alberione trova la sintesi nell’affermare il primato del vangelo pur senza dimenticare le priorità del magistero sullo stesso vangelo (vedi lo spinoso problema del “clericale” e dell’“altrice” che ad esso si connette per la SSP) nel tradurlo, nell'editarlo e commentarlo.

“Solo tre”, egli sostiene, sarebbero “le cose che occorrono”: 
(a) Che il Vangelo entri in ogni famiglia ed unitamente al catechismo. Il Vangelo si deve interpretare secondo la mente della Chiesa: quindi con note del catechismo completo: fede, morale, culto. 
(b) Che il libro del Vangelo formi il modello e l’ispiratore di ogni edizione cattolica. 
(c) Che al Vangelo si dia un culto; occorre ritenerlo con venerazione; la predicazione deve assai più riportare e modellarsi sopra di esso.”
(
Abundantes divitiae gratiae suae (1985) nn. 140 - 142).

Vero “apostolato” infatti non è dare dogmi o codici morali, o teologie romane, ma “è dare all’umanità la salvezza: Gesù Cristo, Via Verità Vita” e per questo “l’apostolato paolino è universale per i luoghi e i tempi. Le case devono vivere del loro apostolato.” Poi ritorna al primato (giuridico-legislativo) del papa. “Predicare con i mezzi moderni, ripetendo quanto il Papa, l’Episcopato, il Sacerdote insegna. Il Vangelo ha un ruolo centrale: “è, con le Lettere Paoline, la guida: 
a) vi è in esso la materia; 
b) vi è il modo di presentarla; 
c) vi è il fine: Gloria a Dio e pace agli uomini - cioè il logo della prima ora;
d) sono segnate le disposizioni di chi scrive; e) è accompagnato dalla grazia di Dio; 
f) è diretto: prima alle masse, poi a tutti i settori e categorie sociali; 
g) è, in complesso, dare la dogmatica, la morale, il culto: quello di cui l’uomo ha bisogno per la vita eterna.” - 

Alberione rimane piuttosto prudente nella compilazione della lista dei contenuti delle edizioni:
“Un ordine: 
a) Catechismo e istruzione religiosa in generale; 
b) la Scrittura presentata al mondo di oggi; 
c) la Tradizione cattolica e gli scrittori ortodossi; 
d) tutto quanto o prepara, o dispone, o spiega, o concilia, o accresce forza alle verità divine secondo quanto scrive san Paolo: De coetero fratres, quaecumque sunt vera, quaecumque pudica, quaecumque iusta, quaecumque sancta, quaecumque amabilia, quaecumque bonae famae, si qua virtus, si qua laus disciplinae, haec cogitate. Quae et didicistis et accepistis, et audistis et vidistis in me, haec agite” [Fil 4, 8 - 9].
([Esortazioni ai capitolari del Primo Capitolo Generale Società San Paolo - Apostolato] 1957 maggio Carissimi in San Paolo (1971) p. 165 - 166).

Di lettura comunitaria della Bibbia, o lectio divina, Alberione parla poco, pur sostenendo, sull'onda della devotio moderna, soggettiva, mistica, protestante, che leggere è santificarsi.
Alberione ne parlerà ancora nel 1965, verso il tramonto dei suoi giorni. 
“Noi dobbiamo leggere il Vangelo e il suo migliore interprete che è san Paolo e seguire la dottrina della Chiesa. Quindi vigilare.”
([Osservanza delle Costituzioni] 14 giugno 1965 in FSp (1965) p. 43 - 44).

Camminare con la Chiesa - e con il papa docente, resta essenziale anche nell'interpretazione di ogni versetto, spesso estratto senza attenzione al contesto e fatto diventare una "massima".

A ridosso del Concilio Vaticano II, citando dall’Osservatore Romano, Alberione abbina alla Bibbia la riforma liturgica: “Il ritorno alla Liturgia ed il ritorno alla Bibbia sono due realtà inseparabili. Anzi, questo è uno dei frutti maggiori che la Chiesa si ripromette dalla riforma liturgica: riportare con essa ed in essa il popolo alla Bibbia! e la Bibbia al popolo'. Questo continuo scristianizzarsi della vita, dell’arte, del pensiero eccetera..., dipende dalla mancanza di ossigeno liturgico - biblico in cui noi per secoli abbiamo fatto vivere il popolo. Dal fenomeno di secoli nella separazione tra Liturgia e Bibbia risultano conseguenze dolorose: il gran popolo che non capiva la Messa, i Sacramenti, le funzioni. Una predicazione distaccata dalla Bibbia non era sentita come la parola di Dio, ma piuttosto ragionamento dell’uomo.”
([Liturgia e Bibbia] 1965 marzo 27 Carissimi in San Paolo (1971) p. 685).

La liturgia, tuttavia, non quella intesa da san Paolo.

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Apostolato biblico

La Scrittura è sacramentale come l’Eucaristia, sosteneva ancora nel 1932. Se per voi è “proibito portare l’Eucaristia in viaggio”, “la sacra Scrittura potete portarla sempre: essa è come il Viatico che vi accompagna.”
(da Pensieri 1977, p. 69] 1932? Pr CB 277).
Insieme alla devozione a Maria.

Nel 1954ma forse prima, Alberione citava la vergine Maria che per la Parola annunciatale da Gabriele, ascoltata, creduta e praticata diventa madre del Salvatore del mondo.

“Gli editori possiedono la parola, la moltiplicano, la diffondono vestita di carta, carattere, inchiostro. Essi hanno, sul piano umano, la missione che nel piano divino ebbe Maria: ella fu Madre del Verbo Divino; ella ha captato il Dio invisibile e lo ha reso visibile ed accessibile agli uomini, presentandolo in umana carne.”
([Dedicazione del Santuario della Regina degli Apostoli] novembre/dicembre 1954, in Carissimi in San Paolo (1971) p. 599.

Spiegava così il significato di una parola fondamentale per la Famiglia Paolina. 

“La parola edizione ha molte applicazioni: edizione del periodico, edizione di chi prepara il copione per la pellicola, di chi prepara il programma per la televisione, di chi prepara le cose da comunicare per mezzo della radio. Edidit nobis Salvatorem - dice la Liturgia. La Vergine Santissima ci diede il Salvatore. Usa il verbo edidit. L’edizione comprende il concetto artistico, lo studio per produrre un oggetto che sia nel medesimo tempo liturgico e artistico. Comprende anche il lavoro delle Suore che si preparano per fare il catechismo ai fanciulli e poi, realmente, in carità, lo spiegano.” ([Prediche alle comunità paoline nella chiesa RA - Tecnica e propaganda] 1954 dicembre 3 Pr 5 (1957) p. 137).

L’edizione è la prima definizione dell’apostolato paolino.
Infatti con “apostolato” s'intende “una vera missione che può definirsi predicazione con mezzi tecnici della divina parola per mezzo dell’edizione.”

E qui sta forse l’originalità dell’Alberione rispetto a quanti lo hanno preceduto, compreso don Bosco.
“Come la predicazione orale, così quella scritta o impressa divulga il Vangelo, lo moltiplica, lo fa pervenire ovunque: così Dio stesso ci diede la parola divina predicata oralmente e così ci diede i settantadue libri della Scrittura. Ugualmente ha operato la Chiesa in ogni tempo: Papi, Vescovi, Sacerdoti parlano e scrivono.”
([Apostolato paolino] 1960 aprile UPS 3 (1962) p. 124).

Editare la Parola di Dio non è opera di aziende o società per azioni ma solo della Famiglia Paolina.

L’adozione dell’industria e del commercio e quindi la trasformazione della Famiglia in società produttive e commerciali non è una necessità. “La Congregazione non dovrà mai abbassarsi al livello di una industria, di un commercio; ma sempre rimanere all’altezza umano-divina dell’apostolato, esercitato con i mezzi più celeri e fecondi, in spirito pastorale. Per questo: nobilissimo e principalissimo intento è la Casa degli Scrittori. Chi si abbassasse al livello di un industriale, o di un commerciante, contribuirebbe ad una deviazione fatale. Non negoziazione, ma evangelizzazione.”
([Camminare nella nostra via] 1951 febbraio Carissimi in San Paolo (1971) p. 809).

L’apostolato della Famiglia Paolina ha comunque “una parte materiale che rassomiglia all’industria od al commercio; ma che non è né l’una né l’altro; e che tuttavia esige la stessa diligenza, prudenza e giustizia della prima e del secondo. L’acqua per il battesimo deve essere acqua naturale e, per quanto si può, monda e preparata con benedizione speciale: e serve come materia a produrre effetti soprannaturali, cancellazione della macchia originale ed infusione della vita nuova per cui si diviene figli di Dio. Nell’apostolato la materia (industria o commercio) serve ad effetti soprannaturali "nella divulgazione della dottrina cattolica, usando i mezzi più fruttuosi e più celeri".
([Amministrazione paolina] febbraio 1952 in Carissimi in San Paolo (1971) p. 915 - 916).

La Casa degli scrittori era la casa editrice della Parola di Dio. Comportava, da parte dei sacerdoti-scrittori la lettura quotidiana della Bibbia per restare Famiglia di Paolo e Paolo vivo oggi. “Leggiamo la Scrittura. Dio s'è fatto Scrittore. Leggerle le Scritture. Saranno quelle che vi faranno trovare la via alle Edizioni.”
([Gesù e i discepoli di Emmaus, ES alle Figlie di San Paolo in USA] gennaio 1946, in EMC (1952) p. 112.)

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Citare la Bibbia

Nel 1932 riferendosi all’insegnamento abituale del catechismo sosteneva che “deve riportare gli esempi e le massime che si leggono nella Scrittura. Vi sono esempi moderni assai belli, di santi, di uomini vissuti anche vicino a noi, ma per essi possiamo sempre dire: Sì, ma è un uomo come me. Che forza invece quando si cita la parola stessa del Signore, anzi dello Spirito Santo che è il vero autore!”
(Alle Figlie di san Paolo, 1929-1933, 1932: La Sacra Scrittura e la carità).

Un sacerdote scrittore deve citare esempi e parole dalla Bibbia come fa san Bernardo, che è il padrino della Famiglia Paolina.

Egli, ricorda Alberione, “quando era stanco di scrivere e di trattare con gli uomini, si ritirava a leggere la Scrittura, per riposare in essa lo spirito e la lesse tanto che il suo parlare aveva più della Scrittura che di suo. Racconta egli stesso che mentre predicava, aveva la visione netta della Bibbia, che gli angeli gli presentavano, indicandogli i passi da citare. La sua conoscenza della Scrittura era mirabile, era un vero miracolo e con ciò Dio voleva manifestare che l'operare e gli scritti di S. Bernardo erano santi, che egli possedeva la Scrittura come i profeti e i vari agiografi."
(Alle Figlie di san Paolo, 1929-1933, 1932: La Sacra Scrittura e la carità)

Che cosa di meglio dare alla gente per scritto e per bocca, “se non Dio, la sua parola!” “Quanto siete potenti”, quando anche voi “citate una frase del Vangelo! La Parola di Dio è la massima autorità.” Perciò, “quando portate la parola di Dio e quando la parola vostra è accompagnata ed avvalorata dalla frase scritturale, chi ci si potrà opporre?” (1961 Pr A 188).

L’autorità dell’apostolo predicatore e scrittore sta negli esempi imitati e nella parola meditata e praticata della Scrittura prima di essere versata come acqua che trabocca dalla conca a tutti gli assetati - e affamati di Dio.

Nel 1933, e già prima, Alberione sosteneva che la lettura della Bibbia sarà tanto più “efficace ed utile per l'anima nostra” se non ha “lunghe note critiche e storiche” ma semplici collegamenti con la “S. Teologia” o al “Catechismo” (p. 51 di Leggete le Sacre Scritture, un testo del 1933).

Ancora nel 1953, in AD al n. 138 ricorda come aveva fatto, già nell'agosto 1907, “tre giornate domenicali della Bibbia esposta in forma catechistica e con applicazioni catechistiche”.

La Bibbia serve al catechismo, e quindi all’insegnamento in parrocchia - anche nel mondo, che è la parrocchia più di Paolo che di Pietro.                                            

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Valutazioni prospettiche

1. Alberione cammina con il suo tempo - restando al centro
Tra i cattolici del tempo di Alberione nello studio della Scrittura prevaleva la linea preconciliare, apologetica, dogmatica, piuttosto clericale e romana, anche in periferia come Alba - piuttosto che quella dell'approfondimento del testo biblico nella lingua originale o della ricerca e dell'apertura a metodi nuovi e più efficaci di interpretazione - considerati modernisti e protestanti.

La conoscenza storico-critica del testo era secondaria o pericolosa rispetto ad una lettura devota, spirituale, sapienziale, soggettiva, accomodatizia.
Il metodo storico critico era protestante o modernista.

Proporre san Paolo - e la Lettera ai Romani, lo si poteva fare in chiave anti-protestante.
La Bibbia non doveva servire a mettere in discussione le tradizioni, il diritto, le interpretazioni etiche -  
né la Torah, né il Tempio, né la Nazione, 
e quindi doveva provare e non contraddire (ma Gesù non è un segno di contraddizione?) la Teologia dogmatica nè il Catechismo, e tanto meno il Codice di Diritto Canonico.

2. Nel sacerdozio "paolino" - che significa "paolino"?
Se il sacerdote è descritto come lo predicatore-scrittore-apostolo del Vangelo, Alberione resta però ancorato ad una interpretazione gerarchica, "clericale" per così dire, del ruolo del prete, recintato e protetto dalla parrocchia, diocesi, o dalla gerarchia della chiesa di Roma (che non è l'unica chiesa di Cristo).
Definire a questo punto i mezzi e i destinatari della edizione della Bibbia - vero apostolato paolino - non è così semplice, dovendosi egli limitare ad una "lettura cattolico-romana", e quindi ad edizioni tridentine (i 73 libri del Concilio di Trento; diverse quindi da quella protestante di 66 libri e da quella ortodossa di 78).
Ad Alberione resta quindi da chiarire l'aggettivo carismatico "PAOLINO" che egli pure pone accanto sia al sacerdote, che al discepolo, alla sorella, come alla intera Famiglia.

3. Paolo è assoggettato a Pietro?
a. Alberione, pur ispirandosi molto all'attività e teologia di Paolo sembra però ignorarlo nell'aspetto più importante che è quello della sua CONVERSIONE sulla via di Damasco. La sua conversione Paolo la descrive audacemente in Filippesi 3, dove, con cattive parole, taglia da sé la vita passata, spesa a servizio zelante della -Torah, del Sacerdote - nel Tempio, della - Nazione israelitica di appartenenza. Davanti alla conoscenza del Cristo crocifisso, ma risorto e vivente e attivo molto più di prima, egli abbandona queste cose, queste dipendenze o servitù che considera ormai solo una perdita di tempo o "cacchine" di "cani" (che sono altri tipi di operai del Signore).
b. La tensione tra Paolo e Pietro (Cefa) e quindi con la gerarchia di Gerusalemme, la chiesa madre di tutte le chiese (non era quella di Roma!) immersa nel mondo giudaico, è qualcosa che Alberione tratta con timore - anzi non ne parla affatto - associando piuttosto Paolo a Pietro, entrambi nello stesso Cenacolo e sottomessi alla Regina degli Apostoli. Mai Paolo è stato un devoto di Maria, né si è sottomesso a Pietro o a Giacomo e Giovanni - tre colonne... di Gerusalemme.

4. Alberione non menziona la gerarchia tra i ministeri come la descrive Paolo
a. Per quanto riguarda la tensione tra Paolo e Pietro e su come Paolo concepisce la gerarchia nella "chiesa di Dio" è utile rileggere almeno i seguenti versetti davvero paolini, essendo in lettere sicuramente scritte da Paolo: 1Cor 1,12; 3,22; 9,5; 15,5; Gal 1,18; 2,7-9.11.14. Il mandato Paolo non lo ha ricevuto da Pietro, né dal Concilio di Gerusalemme, ma direttamente dal Signore (Gal 1,1.10.12). Nel cenacolo, Alberione stempera la tensione tra Paolo e Pietro - che invece potrebbe costituire una eredità carismatica importante per la Famiglia di Paolo nel mondo di oggi.

b
. Per quanto riguarda l’ordine tra carismi, ministeri e attività e l'’apostolo testimone del vangelo del Risorto (visto con i propri occhi) al primo posto, leggiamo: alcuni Dio “li ha posti nella Chiesa 
in primo luogo come apostoli, in secondo luogo come profeti, in terzo luogo come maestri; poi ci sono i miracoli, quindi il dono delle guarigioni, di assistere, di governare, di parlare varie lingue” - in 1Cor 12,28; in Ef 4,11: leggiamo che “egli” - Dio - “ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo” - cioè a trasformare il mondo in una sola chiesa. Nella Chiesa di Dio nessuno è straniero, lontano, inutile, sottomesso come in uno stato nazionale al più forte.
Per Paolo non il "governo" di una Istituzione religiosa - fosse anche quella della Famiglia Paolina - al primo posto - perché se è un servizio a Cristo resta limitato in un recinto spazio-tempo-destinatari, rispetto al ministero apostolico nel mondo intero.
L'apostolato è importante perché ha il mondo come destinatario - e non un piccolo gregge, che già appartiene a qualcun altro.
Tra pastore (ad intra) e apostolo (ad extra), come tra apostolato e pastorale le diversità sono apparenti.

5.
Proporre ancora la religione del LIBRO, del TEMPIO e della NAZIONE?
a. L’approccio al Testo biblico in Alberione è motivato da 3 fondamentali devozioni, anch’esse bibliche:
1. a Gesù Maestro e Pastore, Via, Verità e Vita, che è "al centro" di tutto e di tutti;
2. a Maria Regina degli Apostoli, Madre del Buon Pastore e Annunziata;
3. a san Paolo apostolo;
senza trascurare Giuseppe e la Santa Famiglia, ma neppure gli Angeli, primi annunziatori del vangelo, come Gabriele.
b. i veri adoratori di Dio, gli dèi che leggono le Scritture, hanno però ancora bisogno di devozioni particolari e di recinti spazio-temporali?
Soprattutto di Giovanni, Alberione non commenta, né cita spesso versetti (Gv 
4,20-24) che potrebbero, per esempio, spiegare meglio l'ADORAZIONE e la sua ora (intera!), che è arrivata - ed è questa! - in cui il Padre cerca adoratori come o uguali al Figlio prediletto, cerca figli e figlie (come la stessa Samaritana) “in spirito e verità”, senza più la necessità di recarsi a Sichem o sul Monte Garizim o sul Sion a Gerusalemme, cioè in quei TEMPLI e TEMPI che delimitano il sacro, lo ingabbiano in "tabernacoli" esclusivi; mettono in clausura la Shekinah o presenza di Dio - che come Creatore e Padre e in tutto e in tutti - anche fuori della Nazione giudaica (o cattolica).
c. Alberione non parla di "culto" e "liturgia", "offerta" intendendo precisamente le stesse cose di Paolo -cioè al di fuori del Tempio, del Sacerdozio levitico e della Nazione eletta, pur riferendoli più di qualche volta alla VITA PUBBLICA o sociale.
Se solo leggiamo alcuni versetti nel loro contesto storico-letterario (come
Rm 11,3; 12,1; 13,6; 15,16.27; 1Cor 9,13; 10,18; 2Cor 9,12; Ef 5,2; Fil 2,17.25.30; 4,8.18; 2Tm 4,6) o sulla colletta-forma di comunione (Rm 15,26-27.31; 1Cor 16,1), sopra l'offerta del proprio corpo e lo spendersi in libagione per la fede di altri, e presentare così un sacrificio gradito a Dio, comprendiamo come per Paolo sia la stessa missione apostolica, - non altro rispetto alla vita pubblica, itinerante, una partecipazione alla morte o sacrificio di Gesù, imitandolo nel donarsi e farsi povero per arricchire tutti (2Cor 8,9).

6. Come Alberione interpreta la Trinità?
In base ad un esemplarismo trinitario (can. Chiesa - Ernest Dubois) per Alberione sono
importanti le triadi (e l’unità-totalità nella diversità) basate sul metodo cristologico “Via Verità e Vita” - che è una dottrina (biblica) centrale.
Tra esse ci sono: mente-volontà-cuore (antropologia),
dogma-morale-culto (ecclesialità),
fede-speranza-carità (spiritualità),
redazione-tecnica-diffusione/propaganda (!) (edizione del Libro).
Questo procedimento dialettico
serve poco all'approfondimento di una triplice completa relazione (antropologica) con Dio che è il Padre-Figlio-Spirito - una dottrina questa originale di Paolo e molto feconda nella generazione di relazioni aperte - come appare già a livello ecclesiale in 2Cor 13,13 (che Alberione cita poco e dove si distingue bene tra la grazia che è di Cristo, l’amore che è del Padre, e la comunione che è dello Spirito) e a livello delle nazioni, da 1Cor 12,4ss: “Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti”.
Una visione trinitaria così paolina non può essere riservata o esclusiva dei religiosi, né dei cattolici, aprendo invece alla comunione reale, senza separazioni tra "giudei" e "greci" e uomini e donne di qualunque cultura, religione, etnia siano (cfr. "non c'è distinzione fra Giudeo e Greco, dato che lui stesso è il Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che lo invocano" in Rm 10,12; cfr. 
Rm 1,16; 2,9-10; 3,9; 1Cor 1,24; 10,32; 12,13; Gal 3,28; Col 3,11).

Se ogni recinto è limite, clausura, esclusività, imitare lo spirito evangeli di Paolo nel riconoscersi in Cristo figli del Padre, nella comunione universale ed eterna dello Spirito Santo, è liberante anche per la Famiglia Paolina - vera  eredità carismatica di Alberione.

Angelo Colacrai                                                                    

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